intervista INCHIUVATU

 

Il tempo è passato a sufficienza, quasi un anno, possiamo ora, dopo l’uscita del 2 novembre 2014, parlare approfonditamente di Via Matris col diretto interessato. Un lavoro sicuramente interessante e, qualora ci fosse da ribadirlo, ci consegna un artista capacissimo e devoto alla sperimentazione più pura.

 

Raccontami dell’attimo in cui tutto il progetto Via Matris comincia a prendere corpo della tua testa.


È stato come un sogno. Non nascondo che tutta questa storia degli EP mi sta affascinando notevolmente e, più vado avanti, più scopro nuovi scenari della mia realtà e di quella onirica di Inchiuvatu da raccontare. Riflettendo sul suono che il progetto deve avere ho cominciato ad immaginarmi in una realtà live, e in questo, l’esperienza di Ecce Homo è stata illuminante. Mi chiedevo anche se fosse possibile, in qualche modo, reinventare il folk black metal. Ho collocato quindi gli strumenti, tutti acustici, in una cavea, in un territorio naturale e all’aperto. Ho cominciato a percepire i suoni della natura. Il frinire della cicale, un marchio acustico del meridione. Il crepitìo del fuoco, il vento tra le fronde degli ulivi. E poi tamburi, corde, casse acustiche. Mancava un tema epocale, ma a quel punto, è stato naturale proseguire la Via Crucis narrata nell’EP INRI. I suoni volevo fossero in assenza di elettricità. Tribali, caldi.

 

Infatti non vediamo l’ora di sentire il lavoro complessivo, ossia quando la pentalogia arriverà a compimento. A quel punto il quadro sonoro sarà maggiormente dettagliato e definitivamente maturo, è questo che vuoi? Sarà questa la fine del 'viaggio' che stai affrontando alla ricerca dell'anima di Inchiuvatu?

Sì, è davvero intrigante la piega che sta prendendo la cosa e Via Matris è un altro straordinario tassello di questo mosaico. Alla fine sarà tutto più chiaro, ma sarà anche l'inizio di qualcosa che stava sotto la cenere delle prime melodie che ho composto per questo progetto nel lontano 1993.

 

Parlami del concept legato alle vicende di Maria, meno conosciute rispetto alla più popolare Via Crucis.

 

Il tema era interessante, forse più della Via Crucis. Ho cercato di raccontare il punto di vista di una donna che, non per scelta, viene travolta dagli eventi. In un certo senso ho reso umano un personaggio divino, cercando di rappresentarlo nel modo più vicino a noi. Niente di nuovo, per carità. Giotto fu il primo, e via via fino a Michelangelo, poi Caravaggio eccetera. Si è sempre cercato di rapportare il divino alla natura umana, rendendolo il più familiare possibile. Il punto focale è proprio comprendere questa dannata natura umana, e in questo il divino ci fornisce una sua narrazione specifica. La Bibbia è una fonte fantastica.

 

Nella canzone  In Utero è come se ascoltassi le inquietudini di questa donna. Descrivi nel dettagli le parole e le musiche, poiché esse non appaiono mai assemblate a caso. Sei chirurgico.

 

Dici bene. Prima immagino in momento filmico,  e poi cerco di estrapolare la colonna sonora. Una notte mi è apparsa veramente la madonna, e mi raccontò di queste inquietudini. L’arpeggio iniziale con i flauti e i suoni naturalistici ti dicono dove siamo. In un bosco, in una selva impervia e inquieta. Poi l’attacco di piano con una melodia mielosa e discendente. “Dimmi mia cara…” è stato fulminante. Non potevo non iniziare con un momento più accogliente. Anche la voce recitata ha un suono suadente che invita all'ascolto di qualcosa d'importante.

 

Poi però il brano a un cambiamento black violento. Muta sensibilmente di umore.

 

Certo, preso atto del proprio destino ho voluto sottolineare una nota di dissenso. Un momento di rabbia della vergine. Ma poi una lieve melodia di flauti riporta tutto all’accettazione. Non è sbagliato accostare le composizioni di Via Matris a Viogna. Quello è stato un album con un registro teatrale, e anche questo EP ha un incedere teatrale ed evocativo, dove dramma, dubbio, peccato e sensualità si mescolano.

 

Abbastanza strana, per le tipiche cadenze black metal, arriva la seconda traccia, Ammuccia.

Nella seconda stazione della Via Matris viene descritta la fuga di Maria in Egitto. È notte, la santa famiglia attraversa le sabbie del deserto con lentezza e nascondendo il bambino. Fugge dalla persecuzione di Erode, un caldo abbraccio materno con la notte e le ombre dell'oscuro destino. Ma c’è anche molta sensualità, musica questa, tratteggiata da alcuni flauti medio orientali su un tappeto di chitarra acustica parecchio ipnotica.  Doveva essere lenta, ma ha un finale comunque acido e pieno di sofferenza.

 

Nella terza stazione Gesù si perde nel tempio di Gerusalemme. Viene ritrovato dopo tre giorni mentre discorre coi dottori. Al di là della lezione di catechismo, il brano ha un intelaiataura interessante...

 

L’idea era quella di sparare un bel ritmo black per lo più poggiato sul suono del timpano. È chiaro che volevo raccontare lo sconforto di Maria nell’aver perso il bambino. Il brano doveva essere nervoso, carico d’ansia. Mi piace la divisione in due parti. La prima tribale e tirara mentre la seconda rock e più cadenzata.

 

Quarta stazione: Maria vede Gesù caricato dalla Croce che si avvia al Calvario.

 

Sette sono i misteri della Via Matris, e sette le spade che trafiggono il cuore di Maria. Anche Simeone all’inizio, nella sua profezia, l’aveva messa in guardia. “Una spada ti trafiggerà il cuore”. La questione è sempre quella. C’è un dramma, c’è l’accettazione. Mi piace molto il verso “zoccu veni nni pigghiamu, fussiru rosi o addiculi ruci”, ossia “accoglieremo ciò che il destino ci manda, fossero rose o dolci ortiche”. Non c’è scampo al volere degli dèi, questo ce l’ha insegnato Omero, ed io ho voluto ribadire il concetto. Il ritmo è serrato e punteggiato dalla viola, ma nel centro c’è un momento di quiete al piano che da respiro alla canzone. Racconto gli eventi da cronista, esprimo dubbi, anche i protagonisti sembrano esprimere i loro legittimi dubbi, ma non c’è scampo al volere divino. Questo è il tema di Trafitta. La tarantella finale, che cita un po’ quella contenuta nel brano Inchiuvatu, sembra proprio voler sdrammatizzare il momento, ma la vita, per dirla alla Camus è sopportazione.

                                              

 

Maria assiste alla crocifissione del figlio, e il brano in questione è la quinta stazione, ossia Eterna Gloria. Qui c'è qualche traccia sonora riconducibile alla malìa di Addisiu, vero?

 

È uno dei brani meno riusciti, a mio parere. Parte con questa loffia fisarmonica per poi interrompersi con una melodia di piano abbastanza banale. Migliora un po’ nel centro con uno scatto fisico di batteria. Non ho altro da dire.

 

Sei severo con la tua musica, eppure questo brano è piaciuto moltissimo. Tante tarantelle (qui rischio...) tanta aria di passato... Arriviamo quindi alla sesta stazione, ossia Gesù che viene deposto dalla Croce e accolto tra le braccia di Maria.

 

Ecco, questo sì che è un pezzone. Iniziamo dallo stacco, assolutamente fuori dai canoni. Volevamo qualcosa che annunciasse un momento solenne. Avevo la chitarra e prendendo degli accordi sulle corde alte dal chiaro richiamo esotico, butto giù un movimento. Rosario mi viene dietro soffiando dentro una tromba. Fantastico. Avevamo sicuramente catturato l’attenzione. Poi ci voleva un momento in crescendo: “scrucifissu…” un po’ un coro in crescendo alla Once Upon The Cross di Glen Benton, poi tutto è stato conseguenza. Questa è una di quelle canzoni che, quando hai terminato di registrarla, hai l’impressione che fosse sempre esistita, era lì da qualche parte, ma aspettava solo il momento per uscire fuori. È velocissima, varia sempre, è inquieta ed evocativa. Ammonisce la miseria dell’animo umano. Anche i versi sono interessanti e denunciano la pochezza dell’uomo nel voler perseguire ancora le violenze di religioni monoteiste e non, siano essere cristiane, islamiche o ebraiche. Le religioni sono sangue, guerra, orrore. L’umanità non ne ha ricavano niente di buono. La storia ci dice che, nel nome delle stesse, il dolore è stato assoluto e continuerà ad esserlo. Ma continuiamo a doverci confrontare con esse. Ecco, l’essere scrucifisso qui, è rivolto all’uomo che, si spera prima o poi, possa lavarsi da questa condizione irrazionale e mortale.

 

Nell’ultima stazione Maria depone il corpo di Cristo nel sepolcro in attesa della resurrezione. Il brano conclusivo di Via Matris è tra i più curiosi del repertorio Inchiuvatu. La balàta è un pesante coperchio di marmo a copertura del sarcofago, ma qui, correggimi se sbaglio, indica anche la pesantezza di una musica che vuole proprio trascinare l’ascoltatore nel buio più assoluto.

 

Trovo Santa Balàta eccezionale. È nata in un’unica session. Non sapevano niente di quel che stava accadendo. Tati spara questo ritmo ‘black veloce’ che accompagna un po’ tutto l’EP, e via a frustare le corde delle chitarre, cercando di scardinarle. Per cui non ci fregava niente di produrre melodie, riff o cose simili. Volevamo però qualcosa di marziale, oscuro e solenne. In quel tempo ascoltavo molto gli Swans, e qualche influenza mi è arrivata. Ma mi piace anche mescolare le carte in una sorta di schizoide sincretismo autonomo. L’esotismo di flauti, campane pasquali, urla, schitarrate  e trombe mariachi, cali tonali d’accordi tipicamente black metal tribali… fantastico. Ecco come deve essere la musica, sorprendente e senza confini. Unica. E pensare che tutto questo, prima di registrarlo, l’ho sognato.  

Via Matris, al di là della percezione che possono avere i nostalgici fan di Addisìu, è un ottimo esperimento. Un modo per dare alla musica credibilità. Agghiastru punta come sempre sull'idea, senza la quale, la musica non ha anima. Lui sogna, e noi con quel che compone. Se così non fosse tutto sarebbe prevedibile, e nella vita ciò equivale alla routine, ossia alla morte. Ho sempre pensato che Agghiastru, e non lo nasconde di certo, sente un gran mal di vivere addosso, ed è dunque necessario, oltre che salvifico, fare in modo che questa ripetitività sia bandita dalla propria vita, anzi, si rinnovi costantemente. Occorre voglia per inventarsi, curiosare qualcosa di inedito e magari sorprendere e sorprendersi. Via Matris è, probabilmente, il disco che tutti noi ci aspettavamo dagli incredibili tempi di Addisìu o Viogna. Ma posso anticiparvi con certezza che Inchiuvatu sta rinascendo, sta in qualche modo resuscitando per rimanere in tema, sta per compiersi l'ascensione. Sogna amico, abbiamo bisogno di sogni, e qui intorno è tutto un incubo.

 

- F. Chinellato INCH Productions staff

 

 

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