la Via Crucis di Agghiastru

Questa lunga intervista giunge ad Agghiastru ad un anno circa dall’uscita di uno dei lavori più sentiti dall’artista, ossia INRI. È evidente a tutti che con questa trilogia di EP, Agghiastru vuole svelarci qualcosa del presente, ma soprattutto del futuro di INCHIUVATU. Non è certo facile capire cosa vuole, anche perché lui candidamente non fa mistero che non lo sa, o meglio, non c’è poi tanto da volere o raggiungere, sostiene, ed è questa la sua consapevolezza più grande, ma anche la pena. Dunque eccoci a parlarne col diretto interessato, a mente serena, e con una piena elaborazione di INRI.


Partiamo dall’inizio. Era il 2008, era appena uscito il tuo disco solista e contemporaneamente pubblichi un EP dal titolo 33 a nome Inchiuvatu, ci svelerai poi che fa parte di una trilogia e che, preso dalla noia, tra il fare e non fare è sempre meglio fare a prescindere.

Il rapporto con tutti i miei progetti è stato sempre conflittuale. Sono sempre alla ricerca di me stesso, del mio piacere, del senso profondo che devono avere le cose che faccio. E forse è proprio questo ‘dovere’ che non mi porterà mai a niente, a non capire mai cosa voglio veramente. Penso che alla fine rischio di farmi troppe masturbazioni mentali e non dovremmo cercare di sapere più di tanto, ma semplicemente fare ciò che ci piace o ci ispira nel presente. Ma è veramente solo questo il senso della vita? Detto ciò, avevo appena pubblicato Disincantu col nome Agghiastru, nonché finito una sorta di pre produzione per il terzo album sempre di quel progetto folk rock. Poi arriva una sorta di chiamata. Avevo dato al metal uno stop in quello stesso anno. Avevo anche pubblicato Miseria di Inchiuvatu, ma il metal cominciava a darmi su i nervi. Qualcosa non andava, mi annoiava tutto in quegli anni. Cominciavo però a sentire un’irrequietezza dal fondo del mio vissuto ‘metallico’ a cui dover rispondere in qualche modo. Una sorta di ruggine che cominciava a cascarmi di dosso ad ogni minimo movimento. Ad alcuni la forfora a me la ruggine.
 
Il 2008 quindi è stato un anno particolarmente pieno, eppure non posso che scorgere una certa sofferenza e insoddisfazione. In quel periodo eri anche abbastanza nomade.

Già, nomade e in pena. Non ho mai nascosto che per il sottoscritto fare musica non fosse poi così divertente, anzi, un vero e proprio calvario. Tuttavia, il 2008 è stato un anno pieno di cose. Mi trovavo spesso in viaggio e mi lasciavo dietro ‘figli’ musicali che dovevano aiutarmi a capire che diavolo dovevo fare. La nascita di 33 arriva proprio a conciliare me (compivo quell’età quell’anno) col passato di Inchiuvatu, quello più folk, semplice e passionale. Come al solito ho composto e registrato tutto nell’arco di una settimana. Semplici ritmi di drum machine, e una sorta di sguardo disinteressato a quelle che erano le melodie composte addirittura prima del debut Addisìu. Dopo qualche anno ho capito davvero che quell’EP era una sorta di pacificazione con il passato. Canzoni come Chiantu, Nura o 33 le scrivi perché esse hanno qualcosa d’annunciarti, altrimenti sarebbe impossibile comprendere il cammino futuro. Non comprendo immediatamente ciò che scrivo, perché lo faccio di getto e poi dimentico, per cui successivamente mi serve del tempo per comprenderlo appieno. Sì, quel trentatreesimo anno d’età me lo ricorderò con particolare scrupolo.
 
A questo punto arriviamo all’estate del 2009. Non ti nascondo che in quel periodo pensavamo tutti che il progetto Inchiuvatu fosse definitivamente archiviato, e anche la Scena sembra sempre sull'orlo dello sciogliomento, invece poi...

E in parte è vero. Poi ci ritrovammo una notte nella mia campagna sicula con Rosario e Anthony. Come agli esordi finimmo col fare cose musicalmente folli ma stimolanti. Ecco quindi giungere del nuovo materiale, un nuovo Ep dal titolo Ecce Homo. Registrato in una notte, live, con la luna piena e i cani che ci abbaiavano in lontananza. Successivamente ho rifinito tutto in studio. Non sapevamo bene quel che facevamo, ma ti garantisco che il vecchio spirito di Inchiuvatu aleggiava sulle nostre teste come una sorta di Ascensione. È stato un momento intenso. E in quel punto compresi che non potevo lasciarmi alle spalle questa mia creatura. Nacque così Ecce Homo, un’altra song che probabilmente era scritta da qualche parte nella mia testa e non aspettava altro che uscir fuori per annunciarmi qualcosa d’importante. Anche Iri (andare) che ha già nel titolo il senso di questo 'nuovo' cammino la trovo stupenda. Dunque nacque anche l’idea di una trilogia che andasse a scavare nell’immenso scenario di Inchiuvatu, sia esso lirico che musicale.
 
E come sempre il laboratorio ideale è una sorta di demo che, vista la durata, oggi suona meglio come EP (extended play)?

Certo, non ho mai nascosto che ho bisogno di sperimentare continuamente, magari in lavori non proprio ufficiali, 5 o 6 brani di getto e via ad esplorare altro. Poi ormai non c’è differenza tra ciò che registro per un demo o per un Ep o un album ufficiale (tanto suona male comunque). Internet poi ha piallato tutto. Ormai suoni nella tua cameretta e basta, tutto il resto che importa? Al massimo lo condividi con qualche amico e poi ti fai un tour per i loro salotti. Ritornando al lavoro, con questa trilogia di EP ho cercato di analizzare tutte le sfumature che caratterizzano il suono di Inchiuvatu. Dal cantato ai ritmi, dagli strumenti acustici a quelli elettrici. In 33 ho difatti usato una drum machine alla vecchia maniera. Anche il cantato era standard. In Ecce Homo ho cercato di esaltare il cantato sospirato, parte anch’esso del timbro presente in Inchiuvatu degli esordi. Ma ho cercato anche di avere un suono più naturale e meno dipendente dalla tecnologia. Questo è stato un passo significativo. Infatti la batteria e tutti gli altri strumenti sono naturali e senza alcun intervento nella fase di editing. I tamburi erano adagiati sulla terra e io suonavo con delle canne cave al posto delle bacchette. Un’esperienza tribale. Lì ho cominciato a maturare l’idea che tutto il suono del passato di Inchiuvatu era sbagliato. Anzi, non c’era di fatto alcun suono.
 
E poi arriva INRI che è un tantino più curato e completo. Ma quel che più ho appreso dal tuo modo di fare musica è l’assoluta naturalezza con cui ti prendi alcune libertà. Mi spiego. Già ascoltando Cristu Crastu erano presenti cantati anomali, drum machine trip hop e jungle, poi però via via sei diventato un po’ più conservatore. Inri ritorna ad esser un disco di Inchiuvatu, nel senso che sembra essere senza limiti, senza etichette. Libero di sperimentare come lo era Addisìu o Viogna.

Essenzialmente ho sperimentato di più, consapevole del fatto che il sound di INCHIUVATU è qualcosa di complesso e che va compreso a fondo, ed io per primo non l’ho mai fatto pienamente. In INRI puoi trovare tutti i registri vocali che uso di solito. Dal falsetto al growl, dallo screaming al sospirato. Ma ho anche cercato di aggiungere cose relativamente nuove, come un recitato o il cantato pulito. Così voglio che sia, libero e sperimentale. Non amo quei cantanti che dalla prima all’ultima nota di un disco utilizzano sempre lo stesso timbro, troppo monotono per i miei gusti. Io voglio variare, cambiare e interpretare quello che scrivo, servendomi di ogni timbro vocale possibile, anche quello iper distorto di Rosario Badalamenti.

Anche per i suoni hai operato in maniera simile? Su INRI c’è una maggiore attenzione alla ricerca dell’ambiente che ogni canzone evoca. È il caso di Cristo Pasto o Pontius.

Già, proprio così. Ti spiego quale è stato l’errore che ho commesso nei confronti dei suoni del passato. In Addisìu sentivo una gran voglia di sperimentare e mettere dentro ogni tipo d’influenza che mi arrivava dall’esterno. Non c’erano limiti, da David Bowie agli Osanna. Anche Viogna risente di tale serena volontà, da Pat Metheny agli Immortal, perché no? Poi ho cominciato a rincorrere un suono più riconoscibile e standard. Ed è stato lì che ho perso di vista il senso di Inchiuvatu. Praticamente, mentre prima il concept del primo Inchiuvatu si cuciva la musica addosso, nel periodo 2004/2008 si è adagiato su un tessuto musicale più ‘corretto’ e identificato col resto della scena metal di quel tempo. Mi spiego ancora meglio. È come se avessi rincorso le basi del death/black metal canonico e avessi appiccicato sopra l’idea di Inchiuvatu. È il caso di albums come Piccatu e Miseria. Non aveva senso tutta quella batteria iper veloce, tecnica e piena di passaggi e doppia cassa. Anche il suono delle chitarre era quello affermato in quegli anni da altri chitarristi metal. Probabilmente pensavo che fosse giusto inquadrare Inchiuvatu nel calderone del metal estremo che conta adoperando dei suoni convenzionali. Niente di più sbagliato. E voglio essere ancora più preciso. Addisìu e Viogna sono stati sperimentali e naturali, mentre con Piccatu e Miseria ho cercato di piazzare l’idea della musica di Inchiuvatu su della musica alla Deicide o Dimmu Borgir, chiaro? Infatti in quegli anni andava di moda la musica che usciva dagli Abyss Studios, e tutte le bands finivano per suonare uguali. Un tonfo. Finito, non aveva più senso parlare di Inchiuvatu e della sua particolarità, avevo tradito la vera natura del progetto. Certo, ci sono delle ottime canzoni dentro questi albums, ma i suoni e l’attitudine è orribile, errata. Come musicante dovevo rivolgere uguale attenzione ai suoni, oltre che alla composizione, invece ho solo seguito la massa e l’estetica sonora di quegli anni.

Io credo che non sia facile capire quale suono adottare per un progetto come Inchiuvatu, specie quando hai a che fare con altre mille bands o progetti, ma questo è un altro discorso. Pensi di aver raggiunto quello che cercavi con INRI o c’è ancora qualche altra strada da battere?

Attraverso i brani di INRI ho sperimentato parecchio e con soddisfazione. Ho capito che quello che voglio è un suono più caldo e naturale, ma anche istintivo e che non mi tenga chiuso in studio, quando compongo e registro, per più di un paio di ore al giorno. Riguardo al concept ti racconto lo scenario, per meglio comprendere la musica , e cosa voglio sentire quando penso a questo progetto: gli Inchiuvatu, ma anche tutta la mia altra musica, stanno sotto le ramificazioni di un ulivo selvatico (l’agghiastru) con alle spalle il Naduri (la montagna sacra dei Sicani). C’è il crepitio del fuoco. Il frinire delle cicale. La notte della passione di Cristo nei giardini del Getsemani. C’è il giardino siculo con i suoi spiriti e le sue fate, ma c’è anche il deserto col suo carico di vuoto e morte. Se le parole sono importanti, prova a metterle in musica e avrai quello che era e sarà il sound di Inchiuvatu. Non voglio più un suono con una tripla cassa mortale, ma un tamburo fatto con la pelle dell’agnello di Dio percosso con gli zoccoli di un Vitello d’Oro, capisci cosa intendo? Niente più prove muscolari di batteria e chitarre, ma sentimento, profondità, natura. C’è da dire anche che a vent’anni vanno anche bene i suoni finti di certe tastierine che, per carità, alla fine hanno anche creato una certa estetica a distanza di anni, ma a quarant’anni pretendo che i suoni siano reali, almeno per Inchiuvatu. Che gli archi o i flauti rilascino nelle composizioni il loro suono naturale, anche se diventa tutto più difficile in fase di registrazione. E poi mi è sempre piaciuta la musica registrata grezza e caotica, incisa col chiodo, uno di quelli della crocifissione.   

Capisco che negli ultimi tempi nei dischi di Inchiuvatu è venuto a mancare una sorta di ispirazione che aprisse a uno scenario onirico, rendendo il tutto freddo e convenzionale, amplificato probabilmente dall'assenza di questo suono non pervenuto. E poi quell’assenza di ribellione che probabilmente ti animava da ragazzo siculo negli anni 80 che ora è più sopita, vista l’avanzare dell’età.

Il mio cruccio è stato sempre di cercare di capire cosa volessi veramente dalla musica. Non ho mai voluto imparare a suonare veramente, a che serve? Per creare emozioni utilizzando la musica, come in un quadro, occorrono non strumenti ma percezioni filmiche e fantastiche. In questo mi sento ancora anarchico e rivoluzionario. Fanculo la pentatonica e lasciami sperimentare su questa cosa chiamata chitarra. Non so, ma forse per parlare di musica-arte occorrerebbe, ed è quello che più mi chiedo, ripartire dal concetto di strumento adoperato, e magari eliminando tutti quelli conosciuti, o il modo in cui li suoni, riusciresti a sintonizzarti su qualcosa di nuovo e che ti rappresenti, che ti catturi. Annichilire la batteria per esempio. Non riesco più ad ascoltare una sequenza ritmica di cassa, rullo e ride convenzionale. È possibile che i tamburi non si possano ‘interpretare’ in un'altra maniera? Prendi ad esempio i Velvet Underground, il loro unico interesse era fare arte con la musica, e non fare della musica artistica o intellettualoide. Che importanza aveva che la batterista non usasse i piatti? In questa nuova visione mi ha aiutato molto Tati, che è un po’ la mia Maureen Tucker. Ha iniziato accompagnandomi per la musica di Agghiastru solista, ma ho fortemente voluto che suonasse anche in Inchiuvatu. Il suo modo di suonare la batteria è semplice, tribale e alternativo (ossia non sa suonare come un vero batterista metal) ma ha essenzialmente ritmo, tempo. Viene da un passato londinese in cui trattava musica elettronica minimale, e questo crea con Inchiuvatu degli interessanti contrasti. Tribalismo minimale e strumentistico, ritmo e sperimentazione, tutto coincide con la 'nuova' visione che ho della musica e che puoi ascoltare anche in vecchi brani di Inchiuvatu, Swau per esempio. La musica degli ultimi anni non mi attrae per niente. La trovo prevedibile, incapace di pretendere e sorprendere. Secondo me la musica deve liberarsi dai cliché e ritornare a sperimentare e osare oltre qualsiasi etichetta. E quale tempo migliore? I dischi non si vendono, i concerti non si fanno, non ti caga nessuno neanche se posti gratis ovunque le tue canzoni, e la realtà politico-sociale è un incubo. Come diavolo fanno i ragazzi a non comprendere che è un momento straordinario per adoperare la musica come dinamite? Con Inchiuvatu voglio la libertà e l’anarchia di poter pensare, e fare, un disco di solo voci che piangono per 60 minuti. Siete avvertiti.

In tutto questo Rosario Badalamenti come ti ha aiutato nella tua voglia di ricerca, e il ruolo di Franco Astiu è semplicemente in fase live o c'è altro?

Rosario è un ottimo braccio sinistro. La nostra alchimia funziona perché lui può sfogare i suoi bassi istinti nei Maleficu Santificatu, nei Lava, negli Astimi, ultimamente anche negli Inquietu o nel suo solo project 3. Altrimenti non andremmo per niente d’accordo. Egli è essenzialmente anche nella musica di Inchiuvatu fin dal 1999. È la mia metà oscura. Mentre io cerco uno spiraglio di luce, con lui alla chitarra si ripiomba nel buio. Non è che sia un virtuoso, ma continua ad essere estremo. Io sto invece invecchiando e arrendendomi alle brutture del tempo. Lui è ancora un combattivo. Questo nostro amore-odio ha determinato parecchio buon materiale e penso che riusciremo a convivere anche per il futuro. Franco è molto più di un session-man. Con lui, dal 2004, abbiamo allargato gli orizzonti della Mediterranean Scene. Se oggi siamo ancora qui a parlar di musica è anche grazie al suo contributo.

Dunque il prossimo lavoro sarà composto da un’ora di pianto? giusto per alleviare le nostre pene… Eppure con ‘I Fimmini in INRI ci sei andato vicino. Ma ovviamente questo tuo discorso implica un modo diverso di approcciarsi alla tecnologia, al modo di registrare e di presentare la musica attraverso un supporto. Immagino che tu abbia elaborato la questione CD, VINILE, MP3, o più semplicemente come dici tu ‘è tutto fottuto, fottitene e fai ciò che vuoi’?

Penso che sarebbe interessante riportare la musica ad una sola percezione live. Crearla in assenza di elettricità. Performances in cui ogni vibrazione prodotta è il frutto di un’emozione unica e irripetibile e non corrotta da un impianto audio o da processori di segnali. Ogni volta che vado a vedere un concerto rimango puntualmente deluso dai suoni. Ovvio, in studio regoli tutto alla perfezione, ma dal vivo fai cagare, e ti pago pure il biglietto (vale anche per i miei shows sia chiaro). E poi oggi suona tutto freddo, senz’anima. Pensa a quello che succedeva nelle cavee greche, puro tribalismo. Io penso che si possa fare anche del metal in quelle condizioni estreme, così come i musici greci animavano le notti delle tragedie, si potrebbe fare uno show ritualistico e operistico con tamburi, timpani organi a pompa contrabbassi e ottoni. E si sentirebbe tutto benissimo. Tutto il resto, dal momento in cui ti ficchi dentro un studio di registrazione all’avanguardia con strumenti convenzionali, è banale e derivativo, almeno per le mie orecchie. Stessa cosa per i concerti che rincorrono disperatamente di riproporre il suono dei dischi. Sono concetti radicali, lo so, ma che sto cercando di approfondire in questa serie di Ep di Inchiuvatu. Che vuoi che ti dica? Potete sempre lasciarmi solo a rimuginare contro il mondo e il sistema nel mio angolo al caffè e continuare a sentirvi Rihanna. Niente prove muscolari di batteria ti dicevo, ma una nuova ricerca del modo di fare ritmo. Assoluto tribalismo. In questo, Ecce Homo ci ha aperto un mondo. Pensa a come sarebbe bello fare uno show ‘metal’ dentro una cavea in mezzo alla natura con solo strumenti acustici... Cembali, pianoforti e organi, ottoni, flauti, un vero momento delirante e dionisiaco. Un baccanale.

E ora arriviamo al concept sulla Via Crucis, con i brani che riproducono le 14 stazioni della "via dolorosa". Cosa ti ha spinto verso un lavoro del genere - una riflessione personale e molto cruda sul cammino penitenziale - considerata la tua avversione verso la religione? Devo dire che i pezzi che mi hanno più colpito sono Cristo Pasto, Amen e El Cireneo, Salma, mi sembrano piuttosto differenti da tutto quello che hai fatto finora…

Chiariamo subito che io non ho nessuna avversione per le religioni. Semmai sono loro ad avercela per me. Non sono certo io a dire a chi segue la religione come è meglio vivere le loro vite, né tantomeno cosa è giusto, peccaminoso o moralmente poco etico. Io scrivo solo canzonette, loro vogliono imporci la propria visione di vita. Figli di Allah, seguaci di Cristo o altri che amano segarsi il prepuzio, sono personcine dalle quali mi tengo alla larga. Agli inizi era divertente parlare di Inferno, indemoniati, satanismo e peccati mortali, poi i mass media hanno cominciato a raccontare di pedofilia da parte della chiesa, di scandali finanziari del Vaticano Talebani e molto altro, e tutto ciò, credimi, è decisamente più spaventoso di una canzonetta dedicata al diavolo, non so se mi spiego. Tuttavia, ringraziamo sempre Dio per averci fornito il più grande libro d’ispirazione per il rock, ossia la Bibbia. Riguardo ai suoi ministri, un po’ meno… La Via Crucis non è immune da tale fascino, ma ho solo preso lo spunto, l’evocazione che mi suscita fin da quando era bambino, e nel mio paesello era lecito attendersi una sfilata di maschere pagane raffiguranti quelle gesta. In realtà m’interessava affrontare meglio l’uomo in generale. Considera che il nome INCHIUVATU (e lo ripeterò finché campo) non è propriamente rivolto al Crocifisso, bensì alla condizione dell’uomo inchiodato alla sua incapacità di dare un senso alla propria vita, specie se come me è un ATEO praticante. Detto questo, ho pensato alla fatica dell’uomo dai tempi della conquista della posizione eretta (citazione volontaria dal Banco per la song El Cireneo), poi vessato dal peso della croce, dal peccato e dalla loro morale. Hanno reso il simbolo della Croce una sorta di protesi dorsale per il disabile UOMO, la cui schiena rimane comunque ricurva verso il fango. La domanda è, cominciando a conoscere meglio la nostra natura: ma fosse più naturale la schiena ricurva? Cioè, al punto in cui siamo, siamo forse noi più ‘elevati’ dei nostri parenti scimmie? Per l’uomo non vi è alcuna speranza, e lo sapeva anche Cristo. Amiamo sguazzare nel fango. Sopraffare il prossimo, giudicare i vivi e i morti, quotidianamente. Scegliere sempre il Barabba di turno. La nostra schiena è apparentemente dritta, e la Croce ha fallito miseramente.

Entriamo più nel dettaglio delle canzoni seguendo la track-list di INRI, riesci a descrivercelo in quattro parole?

Pontius: Ovviamente è la prima stazione dedicata a Ponzio Pilato. Colui che lascia scegliere al popolo chi giustiziare tra Gesù e Barabba, e il popolo sceglie sempre Barabba, o Berlusconi, per esempio. Il coro invoca Ponzio e il suo potere. Io interpreto con un recitato una sorta di ammonimento. Mi sono divertito a creare questa sorta di intro filmica. La musica è solenne marziale.

Aìsa: in italiano, alza. È l’esortazione che faccio al Cristo nell’atto d’alzare la Croce. È un blues, è una musica di dolore e pena.

Cari: è il primo momento musicale, più un intermezzo atmosferico delle tre cadute della via Crucis.

Matri mea: Gesù incontra la madre e le rammenta il suo ruolo. Ho ripreso un vecchio riff di Ave Matri e ho usato un recitato teatrale urlato.

El Cireneo: musicalmente si sorregge su un riff di chitarra abbastanza strano. Il tempo di batteria è scandito e ha un bel ritornello orecchiabile. È una pop song.

Veronica: questa song è molto vicina all’anima di Inchiuvatu, quella più folk e tarantellosa. Ha il ritmo terzinato, ma utilizzo gli accordi di chitarra pieni invece dei più comuni riff. Il risultato mi soddisfa molto. L'ho registrata a caso, senza neanche regolare i microfoni.

Cariri Arrè: secondo momento musicale per la seconda caduta. Ho ripreso lo stesso riff di Cariri, che comincia a rafforzarsi con altri arrangiamenti.

‘I Fimmini: questo momento è parecchio interessante. Ci possono essere diverse chiavi di lettura, e lascio a voi la più intrigante. Essenzialmente ho pensato al pianto delle donne che si palesa sui loro volti al passaggio di Gesù e della sua pena, ma di contrasto c’è un flauto che intona una melodia satirica.

Cariri: è il terzo e ultimo intermezzo dedicato alle cadute. Qui la melodia iniziale si irrobustisce definitivamente creando una sinistra atmosfera che deflagra nell’attesa dell’arrivo al Calvario.

Cristo Pasto: non ti dirò in quale, ma dove sì. È stata registrata in chiesa ed è essenzialmente una canzone di chiesa. Ho usato un registro vocale in falsetto adottato per la prima volta in Cristu Crastu, ed è come deve essere. Chitarra arpeggiata, voci placide, e un testo benevolo rivolto a colui che si sacrifica per l’umanità.

Inri: è essenzialmente un assaggio. Mi spiego. Alcuni di questi brani, vedi anche Amen, avranno uno sviluppo più compiuto più avanti. Qui c’è solo la parte musicale di una sorta di marcia funebre.

Amen: probabilmente il brano che mi piace di più. Lo trovo molto oscuro, scarno e con un incedere determinato. Mi piace l’assenza della batteria così come la si immagina per una song metal, ma semplicemente scandita da tamburi. Mi piace l’uso della chitarra acustica e il cantato. Nel repertorio storico di Inchiuvatu, questo sicuramente sarà il brano più rappresentativo di come sento oggi il mio progetto.

Salma: fantastica. È nata praticamente in un paio d’ore. Registrata così come veniva, senza neanche sistemare la batteria e le regolazione al banco. Completamente anarchica. Anche il ritmo è particolarmente lontano dai classici canoni black metal. La trovo potente e salvifica.

Scava: questo brano chiude l’Ep. Non l’amo particolarmente. È una di quelle song nate male. Avevo questa melodia di chitarra classica e non sapevo che farne. Però, proprio perché estremamente in linea con le prime cose di Inchiuvatu, mi sembrava un peccato cestinarla. Tutto il pezzo ha avuto questo andazzo, sapevo che avrebbe accontentato i fan ma non me. È banale, fin troppo barocca (e detesto i barocchismi). Troppi cambi di umore e una metrica spezzata.

Si deduce, da questa tua ultima critica che la nuova natura di Inchiuvatu passa da Amen e non da Scava. Ma non pensi che molti fan non apprezzeranno questo tuo atteggiamento? In fondo ognuno di noi vive i propri artisti preferiti come una parte importante della propria vita, e si aspettano che ogni disco sia la conferma di quello che tu hai concesso loro di vivere attraverso quel capolavoro che fu Addisìu, e che ovviamente Scava ne incarna il richiamo…

Hai perfettamente ragione. Sono anch’io convinto che ad un certo punto Inchiuvatu sia più un progetto che appartenga maggiormente ai fan che non a me. Io per primo vorrei i miei miti precisi per come li sento suonare nella mia testa, e poi puntualmente vengo smentito dalla realtà e da scelte musicali incomprensibili. Però occorre anche capire che una parte di questi fan ortodossi, relegandomi ai tempi di Addisìu, è come se volessero la mia morte, o la mia non crescita. E mentre loro vanno avanti con le loro vite, relegano l’artista ad oggetto da soprammobile. M’impongono di non crescere? Di rimanere eternamente quello che li ha fatti star bene nella loro adolescenza? Vogliono che la mia vita non abbia altre esperienze? Credo sia divertente invece attendersi dall’artista che si è scelto di seguire che questo abbia a cuore sempre la voglia di sorprenderli, stimolarli e condurli sempre più verso dimensioni interessanti. Anche a costo di delusioni, poiché anche loro sono cresciuti con tutto il carico di delusioni e soddisfazioni. L’arte deve essere imprevedibile, capace di prenderti a calci in culo, non deve essere rassicurante.   

Parole sante, ma poi finisce sempre che qualcuno rimanga deluso e se ne esca col desiderio d’avere tra le mani un Addisiu atto secondo. Lo sai in fondo com’è. Non è che sei tu che dai troppa importanza alla musica? mentre un fan ti direbbe ‘’ehi, scrivimi quattro canzonette del cazzo che mi rilassino giusto quei dieci minuti quando torno a casa da lavoro, mentre quella stronza di mia moglie, e non so neanche perché l’ho sposata, mi rompe col dover sempre cucinare, i figli, i soldi, le tasse’’ e tu invece lì a menarcela con tutta ‘sta solfa dell’arte.

Giusto. Forse hai proprio ragione. Sto provando una gran pena per questo poveretto ingabbiato in questa orribile vita domestica. Se è così sarò felicissimo di fare qualcosa per lui, fossero anche quattro canzonette di black tarantella. Non l’avevo mai vista da questa angolazione. Be’, mi dispiace per quel disgraziato. Sinceramente è una riflessione che sto facendo negli ultimi tempi. Cioè, in fondo io suono, o meglio, strimpello, poi c’è qualcuno che ha l’ardire di ascoltarmi e magari spendere dei soldi per dei miei lavori. Inoltre capita che a volte siano propri i miei fan ad avere le idee chiare sui miei progetti, più di quanto le abbia io. Dunque, come ti accennavo all’inizio, Inchiuvatu capita che sia più un progetto musicale dei fan che non un mio sfogo intellettualoide, ed è giusto che io non tradisca la loro fiducia e le loro aspettative. E chi sono io per annebbiarlo con tutta ‘sta filosofia da bar?

Ma no, andate affanculo e beccatevi le mie perversioni musicali, e poi non l’ho sposata io quella stronza con cui ti sei messo. Io ho più volte dichiarato che auspico una sana e consapevole estinzione. E tu che fai? Ti crei pure una discendenza, una famiglia… fantastico, e dovrei essere io ad alleviarti le pene delle tue scelte?

 

Per un attimo ci avevo creduto anch’io, ma in fondo Agghiastru è un artista interessante proprio per le sue visioni estreme, e tanto più lo sono le sue contraddizioni tanto più diventa stimolante. Quello che posso dire è che ci sono parecchie motivazioni in questa intervista per continuare ad avere musica da questo bizzarro personaggio, e chissà che qualcosa non riesca a placare i vostri/nostri inferni domestici.

 

- marco ardagna (aprile 2014)

grazie a Stefano Gilardino.

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